Solo una piccola nota per consigliarvi la lettura dell’articolo di Angelo Aquaro su Affari & Finanza dello scorso 23 aprile: “Modello Systrom il technoesteta miliardario di Silicon Valley”.
Il protagonista è Kevin Systrom, meglio noto come Mister Instagram e, da qualche settimana, “Insta-Billionaire, miliardario istantaneo”. Kevin ha appena ricevuto da un altro Paperon de’ Paperoni 2.0., Mister Facebook (al secolo Mark Zuckerberg), 400 milioni di dollari per la vendita dell’applicazione fotografica più diffusa del web.
Storie di ordinaria imprenditoria (miliardaria) da Silicon Valley? Certo, ma con un tocco d’inventiva europea, anzi italiana. Sembra infatti che Kevin abbia avuto l’idea di Instagram durante il suo soggiorno di studio a Firenze,come studente della Stanford University, tra un “salto al Bargello e uno a Santa Croce [dove] l’intraprendente smanettone con il ghiribizzo dell’arte elaborò quel progetto che qualche anno dopo sarebbe culminato appunto nella fortunatissima applicazione”. E, come sottolinea Acquaro, “non poteva essere diversamente per un programma che ha fatto della bellezza la sua forza”.
Ma non finisce qui. Sentite cosa dichiara di Kevin la sua prof. Tina Seelig: “Amava la tecnologia. Ma l’ha sempre vista come uno strumento della sua immaginazione. Insomma: come Michelangelo usava il marmo, Systrom oggi usa il software”; e l’amica Clara Shin (autrice del fortunatissimo The Facebook Era) lo definisce un “umanista del ventunesimo secolo”.
Un tipo interessante questo Kevin, non vi pare? Se non ne siete ancora convinti, sentite questa: sapete chi cita nella sua domanda d’iscrizione a Stanford? Proprio i ‘nostri’ Michelangelo e Donatello. Sono loro, per il giovane Systrom, l’esempio di connubio perfetto tra imprenditoria & arte che, con sommo piacere, scopriamo sia il “dolce tormento” anche di Mister Insta-Billionaire.
Cari miliardari technoesteti uscite allo scoperto, abbiamo bisogno di voi!
Nessuna arma segreta all’orizzonte. Il futuro delle sponsorizzazioni culturali, secondo Stephan Frucht, giovane e determinato managing director della commissione cultura di Kulturkreis – ospite del corso di Comunicazione e fundraising delle attività culturali coordinato da Elisa Bortolozzi Dubach dell’Università IULM di Milano – dipenderà soprattutto dall’impegno con cui il settore reagirà alla crisi economica mondiale. Oggi, infatti, tutti gli operatori culturali sono costretti a fare i conti con una situazione difficile, persino in Germania dove, a proposito di futuro della cultura, da qualche settimana è scoppiato un caso editoriale senza precedenti.
A infiammare l’opinione pubblica e dividere su due opposti e agguerriti schieramenti i media tedeschi, la pubblicazione di un libro, “L’infarto della cultura”, scritto da quattro esperti manager di grandi istituzioni culturali: Dieter Haselbach, Pius Knuesel, Armin Klein e Stephan Opitz). La proposta avanzata dai ‘terribili quattro’ è ridurre di oltre la metà l’importo dei finanziamenti pubblici al settore arte e cultura. Il motivo? L’eccessiva elitarietà dell’offerta culturale: spettacoli sempre più costosi e pubblico sempre più circoscritto. Insomma, un sistema a cui è diventato necessario imporre una drastica dieta.
La notizia vi disorienta e crea una certa ansia? Vi capisco, ma vi assicuro che il sorriso con cui Stephan Frucht ha elegantemente liquidato la querelle cardiaco-cultural che ha coinvolto il mondo tedesco, vi avrebbe (in parte) tranquillizzato. E non perché chi lavora per Kulturkreis tenda a snobbare le novità editoriali, ma semplicemente perché da quelle parti la cultura è considerata una necessità o, per dirla in termini più pop, una pratica quotidiana (“come lavarsi i denti o fare la doccia”).
E basta poco per capire quanto questa idea sia centrale nella vita di Stephan Frucht, che sceglie di aprire la sua lectio magistralis proiettando una vecchia fotografia che lo ritrae bambino (cinque anni) con il violino in mano e un accigliato maestro russo al fianco. E’ il momento dei consigli finali prima del concerto n. 1 del giovane Frucht, impegnato in un programma di tutto rispetto: Antonio Vivaldi.
Ed è proprio nell’educazione alla cultura dei più giovani che il direttore di Kulturkreis individua uno dei trend dell’attività di fundraising del futuro: rendere le scuole, sin dalle classi primarie, luoghi familiari alle arti, alla musica, alla creatività. Un obiettivo ancora più importante per un Paese come l’Italia, dichiara Frucht al giornalista Luca De Biase, moderatore del dibattito seguito alla lectio, perché: “Italy is culture”. “Cosa diventerebbero”, prosegue Frucht, “le nostre città senza attività culturali? Luoghi vuoti, senza vita e persino con un tessuto imprenditoriale più povero”. Cultura, infatti, non sono solo gli eventi e le performance artistiche, ma anche le industrie creative, un settore che sta registrando un alto tasso di crescita (l’unico di questi tempi!).
“Ma cosa guida l’investimento dei grandi marchi sulla cultura, cosa può convincerli a sostenere progetti anche all’estero?” – chiede De Biase – La risposta è precisa: “Il business si sposta verso paesi che trasmettono dinamicità economica e sociale, che esprimono un buon equilibrio tra imprenditorialità e società civile (in questo momento il Brasile è uno di questi)”. Anche se, e i dati descritti da Frucht lo confermano, la dimensione che vince è soprattutto quella locale: il 78% delle aziende di Kulturkreis scelgono la sponsorizzazione di progetti culturali che ritengono rilevanti per il proprio territorio.
Un aspetto che si collega direttamente agli altri due trend del futuro: il coinvolgimento sempre più ampio tra imprese e istituzioni culturali, all’insegna della coprogettazione, e quella che Frucht definisce la “self-initiative” nel campo dell’arte e degli eventi culturali. Una prospettiva che non ammette ripensamenti o pessimismi collettivi (“no crisis in the feeling”): è il momento di reinventare e reinventarsi.
Lezione che gli italiani sembrano aver dimenticato, sottolinea Luca De Biase: “Siamo un Paese che ha perso la coscienza di sé e del proprio passato”. Eppure, possiamo ancora farcela: basta soffermarsi sulle file di baby visitatori del museo di arte contemporanea per sperare, come afferma Elisa Bortolozzi Dubach, che l’Italia abbia ancora un futuro. “Perché quello che è fondamentale capire è che l’investimento in cultura è un investimento nella società civile”.
Nel caso servisse uno slogan, direi di seguire il consiglio di Stephan (a questo punto possiamo darci del tu;):
E’ Stephan Frucht, direttore della commissione cultura dell’Associazione federale delle industrie tedesche (conosciuta con il nome di Kulturkreis), il protagonista di un interessante incontro sul fundraising culturale, organizzato dalla Facoltà di Arti, mercati e patrimoni della cultura dell’Università IULM di Milano. L’appuntamento da segnare in agenda è: martedì 17 aprile, ore 16.30, aula seminari.
Il tema della lectio, che farà rizzare le orecchie a molti lettori di questo blog è: “La sponsorizzazione in Germania: sessant’anni di esperienza di partnership fra imprese e cultura”. Giuro, non è un refuso: 60 (lo scrivo anche in numeri per rendere meglio l’idea!) sono gli anni di attività di Kulturkreis, organizzazione senza scopo di lucro nata nel 1951 per ricostruire il tessuto culturale di un Paese con profonde ferite, e aiutare giovani talenti nei campi dell’architettura, delle belle arti, della letteratura e della musica.
L’iniziativa, fortemente sostenuta dal primo presidente della Repubblica federale tedesca Theodor Heuss e da personalità di spicco del mondo economico e politico del tempo, ha contribuito a rendere la Germania il quarto Paese al mondo (dopo Stati Uniti, Cina e Giappone) e il primo in Europa, per investimenti nelle sponsorizzazioni. Un binomio, quello tra impresa e cultura, che continua a funzionare con successo sul suolo tedesco: l’ultimo gioiello è quello del BMW – Guggenheim Lab.
Le aziende che aderiscono a Kulturkreis sono oggi oltre 400 e più di 1000 gli artisti che all’inizio della loro carriera hanno potuto contare su un benefattore così sensibile. Qualche nome di talenti ‘in erba’ sponsorizzati? Che ne dite di Thomas Bernhard, Max Ernst, Heinrich Boll, solo per citarne alcuni, e del premio Nobel Orhan Pamuk (la prima traduzione tedesca della sua opera è stata supportata proprio da Kulturkreis)?
L’attività dell’associazione prevede l’istituzione di premi, l’organizzazione di concerti, di mostre, di convegni, l’acquisizione di opere d’arte e la pubblicazione di libri e cataloghi. Al fianco degli imprenditori, in Kulturkreis, ci sono advisor esperti che svolgono un’importante funzione di consulenza: sviluppo e realizzazione di progetti di sponsorship culturale, di iniziative formative o di tipo artistico in ambito corporate. Tra i format adottati con ottimi risultati dall’associazione i working group tematici: arts sponsorship, corporate collecting, cultural tasks abroad, e anche cultural education che, di recente, ha coinvolto persino giovani manager (aspiranti business leader), per stimolarne le azioni creative in ambito lavorativo.
Che si tratti di una formula segreta made in Germany? La mia idea è che quella realizzata da Kulturkreis sia una bussola con ottime capacità di navigazione, uno strumento prezioso per intraprendere un viaggio avendo scelto come punti cardinali 5 principi chiave:
L’arte è elemento costitutivo della cultura
La libertà dell’arte è componente essenziale della società
L’economia tedesca considera uno dei suoi principali compiti sostenere l’arte e la cultura
L’arte è un requisito essenziale per lo sviluppo di un’economia e di una società responsabile
Arte ed economia hanno la stessa origine: creatività, coraggio e desiderio di rinnovamento.
Una rotta, forse non a prova di naufragio, ma decisamente chiara e senza fronzoli, in perfetto german style.
Al termine della testimonianza di Stephan Fruch a Milano, è previsto un dibattito moderato da Luca De Biase, ex direttore di Nova del Il Sole 24 Ore, e presidente della Fondazione Ahref.
p.s. Un grazie speciale a una collega, attualmente all’estero, che mi ha segnalato questo appuntamento. Anna torna!! Un fundraiser in più da queste parti fa sempre comodo )
Eppure, nelle ultime settimane, non sono riuscita a farlo. Direte che è un problema di agenda da ottimizzare? Forse. Ma quello di cui mi sono resa conto solo poche ore fa è che occuparsi di cultura (promuoverla, progettarla, trovare chi la sostenga) è un lavoro che richiede testa, ma anche cuore e pancia.
Le mie idee non prenderebbero forma se non avessi modo di confrontarle con quelle degli altri, le mie passioni rimarrebbero confinate dentro di me se non potessi condividerle con chi mi sta di fronte, le mie emozioni si inaridirebbero se parlassero solo a se stesse.
Ecco perché in questo periodo ho lasciato che il blog rimanesse dietro le quinte, ho dedicato tanto tempo ad ascoltare, conoscere e confrontarmi con i progetti e le esperienze di chi la pensa come me….. Noi, quelli che “con la cultura si mangia e, soprattutto, si sogna”.
E sognare è il più grande motore di vita che abbiamo a disposizione.
Armando Massarenti non ha certo bisogno di presentazioni. Dal 1986 il suo nome è tra le firme di punta del Domenicale del Sole 24 Ore, di cui è responsabile da giugno 2011, e nelle ultime settimane è tra i portavoce più accreditati del Manifesto per la cultura.
Subito dopo il Summit di Milano ho pensato che la sua testimonianza sarebbe stata un tassello importante per decifrare la mobilitazione culturale made in Italy partita il 19 febbraio con la pubblicazione di “Niente cultura, niente sviluppo” e vorrei ringraziarlo per la disponibilità che ha dimostrato (non così scontata da un giornalista della stampa big size nei confronti di noi formiche del web!).
La mini-intervista nasce dall’idea che pubblico e privato, nell’affannoso (e spesso maldestro) rincorrersi a vicenda in materia di progettazione e sviluppo culturale, abbiano bisogno di un media(tore): un soggetto per sua natura abituato a lavorare con le parole e la comunicazione.
Ed ecco le tre domande:
Cosa ha innescato la miccia dell’attuale mobilitazione per la cultura italiana? Far partire l’iniziativa da un organo di comunicazione credibile è stato sicuramente determinante. Il più delle volte quando ci si trova immersi nella dinamica di un sistema, non vediamo chiaramente l’ingranaggio che governa il tutto e tendiamo a farci trascinare dal flusso delle cose. Il primo successo del Manifesto è stato quello di aver creato uno spirito cooperativo tra numerose realtà che non si conoscevano tra loro. Parole come mobilitazione, consapevolezza, urgenza, che abbiamo scelto per descrivere una situazione di estrema difficoltà che la classe politica italiana sembrava non percepire, sono state condivise da tantissime persone.
Il nostro obiettivo era riportare al centro dell’agenda politica la CULTURA, anche se personalmente ritengo che questa parola risenta di una certa retorica e preferisco ISTRUZIONE. Un termine che restituisce alla scuola il ruolo fondamentale che le compete all’interno della società. E’ necessario arrivare a una riforma che riporti i giovani italiani ai livelli culturali dei paesi più industrializzati. Solo poche settimane fa il governatore Visco ci ha ricordato che in Italia gli “analfabeti funzionali” (persone che hanno forti deficienze nella semplice comprensione di un testo) sono l’80%. Un’emergenza che investe tutto il mondo culturale italiano.
In questo momento in redazione vi sentite più “gabibaldini” o “angeli del fango”? La squadra del Domenicale è decisamente piccola, quasi microscopica. L’inserto è nato nel 1983 e sin dall’inizio ha puntato a una cultura alta, la cultura praticata a livello universitario. Una scelta antigiornalistica da molti punti di vista. Il nocciolo duro dei nostri contenuti sono sempre state le scoperte filologiche, gli studi storici, la ricerca scientifica… L’idea era di coinvolgere la produzione del sapere in ogni suo aspetto. Pagine come quelle di Scienza e Filosofia ospitano temi di cultura altissima, impensabili altrove e che, da filosofo della scienza quale sono, mi rendono particolarmente orgoglioso. Inoltre, dai dati che ci vengono forniti ogni settimana, le vendite del Domenicale in edicola sono determinanti per la testata nel fine settimana (il totale si aggira tra le 200/300 mila copie). Credo si possa parlare di un’area di resistenza del Paese.
Se ci sentiamo angeli del fango? Forse si…… anche se l’immagine che sento più vicina è quella che abbiamo scelto come icona del Manifesto: la foto della Holland House Library di Londra dopo il bombardamento del 1940 (una foto che sta riscuotendo molto successo, come mi dicono dalla catena di librerie Arion). In questo scatto ritrovo il senso e la capacità di resistere, di guardare avanti e ripartire; la calma necessaria (quella che solo la cultura è in grado di trasmettere) per sperare nel futuro.
L’iniziativa “Niente cultura, niente sviluppo” ha cambiato definitivamente il ruolo del giornalismo culturale in Italia? Un Manifesto di questa natura è certamente anomalo. Forse è bene sottolineare che nasce in maniera indipendente da quello che c’è intorno. Non ci interessava creare un evento giornalistico, ma presentare un’idea di sviluppo e siamo decisi ad andare avanti su questa strada. Il momento è quello giusto.
Anche altre testate si sono occupate del Manifesto e non c’è alcun timore di concorrenza in questo caso, l’importante è tenere viva l’attenzione sul tema. Quell’80% di analfabetismo di cui parlavo prima dimostra che, pur essendo un paese con un patrimonio culturale inestimabile, siamo un popolo sempre meno colto. E questo è un allarme per tutti. A questo proposito mi piace ricordare una frase pronunciata nel 1972 da Giuliano Toraldo di Francia che così descriveva la situazione culturale italiana: “Siamo un paese in via di sottosviluppo”. Un’analisi lucida e rimasta, purtroppo, inascoltata.
Se siamo stati efficaci con il nostro Manifesto? La risposta che conta deve arrivare dalla politica. Abbiamo bisogno di scelte politiche coraggiose, che puntino a integrare i sistemi produttivi e creare innovazione, l’unica strada per costruire il futuro del Paese.
Grazie Armando. Per concludere, aggiungo solo una piccola nota. E’ di pochi giorni fa la notizia che in Germania, un anonimo benefattore stia elargendo donazioni a varie realtà locali: orfanotrofi, case di riposo, associazioni no profit ecc… E ogni volta il gruzzolo di euro (a 3 o 4 zeri) è accompagnato dal ritaglio di un giornale che racconta proprio di queste realtà…
Due premesse, prima di iniziare. La prima: la mia kinesiologa non sarà molto felice di questo articolo, ahimè… (alla fine ne saprete di più). La seconda: ho conosciuto Monica Forcella tre anni fa a Milano frequentando un corso di Strategie di marketing e comunicazione dei beni culturali. Tra archeologhe, aspiranti fundraiser e project manager pervase dal fuoco sacro della cultura, lei era l’unica con una laurea in Agraria (!), un look da riviste di moda e una macchina fotografica sempre in borsa. Devo dire che il sorriso dolce di Monica alla fine ci ha conquistato e così abbiamo iniziato a conoscere il suo mondo al gusto di caffè.
Ci racconti come è nata l’idea di Mogi caffè?
Il caffè è nel DNA della mia famiglia, sono cresciuta respirandolo sin da bambina. Ho studiato Agraria e non Economia anche per questo motivo, perché lo sentivo e vivevo come chicco, come drupa, come frutto, prima che come business. Quando ho terminato gli studi, è nata l’idea di creare qualcosa di mio, in cui fondere quello che credo a quello che faccio tutti i giorni. Mogiè profondamente fatta di me, oltre che di caffè.
Nell’home page del sito di Mogi è riportata una frase di Bruno Munari: “La fantasia l’invenzione e la creatività pensano, l’immaginazione vede”. E’ l’immaginazione l’arma segreta di un imprenditore di successo? Quanto posto occupa nella tua vita?
L’imprenditore a mio parere è innanzitutto un innovatore, un visionario, uno che vuole trasformare in meglio la realtà in cui vive. O almeno io cerco di essere così nel mio quotidiano, di tracciare la “mission” aziendale sui tovaglioli di carta col logo Mogi, raccogliendo gli spunti che nascono conversando con i miei agenti o con i baristi che vendono caffè Mogi o quando incontro le realtà del territorio con le loro proposte di collaborazione a ogni livello, dalle forniture alle sponsorizzazioni. Prima di calcolare al centesimo il ritorno degli investimenti mi chiedo, semplicemente: questa iniziativa, mi porta dove voglio andare? In senso anche geografico, questa è la vision, no?
Da imprenditrice, come hai scelto la tua strategia aziendale e su cosa hai puntato?
Come imprenditrice credo molto nella formazione. Specifica sul prodotto, infatti non ho cessato gli abbonamenti a riviste di settore anche dopo la laurea, ma anche sulle novità del mercato, della filiera e della comunicazione. Frequento convegni e fiere, leggo molto, e credo nella comunicazione a due vie con clienti, fornitori e colleghi.
Mogi e lo ‘sbarco’ nel Regno Unito: è un’iniziativa impegnativa, come vi state preparando? Abbiamo un ottimo agente, creato una rete di contatti e sappiamo esattamente dove vorremmo andare: per lo sbarco ci sembra sufficiente! Per la conquista del mercato inglese, abbiamo ancora delle carte da giocare…. intanto stiamo facendo dei test a Francoforte e Fulda.
Mogi e il sostegno alla cultura: quale è stata la molla che ha messo in moto tutto? Come detto, da imprenditrice il mio compito è anche saper ascoltare. “Sentire” il mercato, la rete di clienti e fornitori, il territorio. E creare, con loro, un’esperienza che non si limita alla sola fruizione della tazzina di caffè, ma di condivisione di esigenze, dalle più superficiali – una pausa con un amico al bancone – alle più profonde – la realizzazione attraverso il lavoro, ad esempio. In ogni transazione commerciale si parla di persone che incontrano altre persone, su quale terreno meglio che su quello della cultura si incontra l’umano? Parola di agronoma
“Come ti sei espresso oggi?” è la frase che accompagna la comunicazione del brand. Oltre il gioco di parole (vincente), cosa c’è dietro questa formula?
Come anticipavo prima, io credo fermamente che i mercati siano conversazioni, cioè incontri. E che in una tazzina di caffè ci sia molto di più che 7 grammi di miscela, con un certo prezzo, che dipende dall’andamento della materia prima su borse internazionali. C’è il raccoglitore della bacca, chi insacchetta il semilavorato, il barista: tutti gli attori della filiera, fino all’impronta di due labbra rosse su una tazzina bianca e blu Mogi, sono persone, e quel caffè ha fatto parte della loro esperienza della giornata. Vogliamo riconoscere il valore di tutto questo, dentro un caffè Mogi.
I progetti culturali di Mogi in quanto tempo sono nati e con chi li hai sviluppati? Avevi referenti fuori dall’azienda? Tutti i progetti sono nati ex novo. Normalmente mi viene lanciata un’idea, tra la provocazione e il “mi piacerebbe”; se vedo spazio per lavorare insieme da lì si parte. Altre volte partiamo da un mio spunto e cerchiamo le persone o l’associazione adatta per lavorarci.
Ci racconti le prime esperienze culturali di Mogi: il calendario 2009, la partecipazione al progetto “The Blank: Bergamo Modern and Contemporary Art”?
Il 2009 era l’anno dell’anniversario della caduta del muro di Berlino e del mitico concerto dei Pink Floyd. Una cooperativa sociale in cui lavorano ragazzi diversamente abili sognava di fare una grande cover del concerto. Ecco “The wall”: concerto, calendario, latta di caffè Mogi, bustine di zucchero e tutta la comunicazione.
Nel 2010 Mogi ha aderito per prima al progetto “The Blank: Bergamo Modern and Contemporary Art” per l’arte contemporanea nella convinzione che l’arte debba entrare nella vita, nelle gallerie e nelle strade, con performance e installazioni. Nel 2011 Mogi ha regalato un aroma di caffè al più grande mercato dell’arte contemporanea di Bergamo BAF, in Fiera.
Come è nata la collaborazione con il festival letterario “Presente Prossimo”? Per le edizioni 2009 e 2010 Mogi è stata main sponsor di “Presente Prossimo”, il festival letterario della provincia di Bergamo che attraverso l’incontro tra autori e pubblico trasforma le parole scritte in parole parlate, la lettura da individuale a collettiva, le piazze in Caffè. La collaborazione è stata molto fattiva anche grazie a un’amicizia personale con il direttore artistico del festival, lo scrittore Raul Montanari.
L’ultima iniziativa vi vede protagonisti di tre corti: “Il caffè e l’amore”, “Il caffè e le donne”, “Il caffè e gli uomini”, realizzate da Olga Vanoncini e nate da un concorso lanciato tra i vostri utenti su Facebook. Sei soddisfatta del risultato?
Sono piuttosto soddisfatta, soprattutto della buona partecipazione alla serata di presentazione dell’iniziativa, ospitata da una galleria d’arte di Bergamo, cui hanno preso parte anche persone non habitué del circuito della galleria. Trovo che sia importante continuare nella direzione dell’apertura dei circuiti delle gallerie e dell’arte contemporanea verso i luoghi di incontro e di aggregazione: la Rete, ma anche i bar e le strade, attraverso installazioni, come ha fatto The Blank, o esperimenti di video-arte.
Un’azienda che comunica anche tramite social network è…..?Presente
Avete avuto modo di valutare i risultati del vostro impegno in attività culturali? In che percentuale hai investito in questo settore?
Abbiamo a disposizione il numero delle affluenze agli eventi, il numero di visualizzazioni dei video per il canale YouTube e la rassegna stampa che raccogliamo. Misure dirette sui risultati utili per l’azienda è impossibile averli a breve termine. Bisogna crederci.
Un imprenditore che investe in cultura diventerà una regola in futuro?
Lo spero vivamente!
Hai nuovi progetti nel cassetto? Ancora una collaborazione con il territorio, ma anche un nuovo prodotto in un mercato nuovo. Una scommessa!
Le prime tre immagini che ti vengono in mente se dico caffè.
La moka sul tavolo della mia colazione. Il bianco e blu di Mogi. La macchina da caffè che ho in ufficio, una Faema E61 del 1961.
Se me lo chiedi in ufficio a metà giornata vedo solo la E61, da lì arriva il mio espresso e io non vedo oltre…
Ultima domanda: ti ricordi il tuo primo incontro con la cultura? (Monica sorride, ndr) I grandi classici che leggevo da bambina, naturalmente erano edizioni per ragazzi, ma l’idea d’aver letto Robison Crusoe, la capanna dello zio Tom… mi faceva sentire una donna.
E direi che lo spirito avventuriero non ha mai abbandonato Monica, anzi…. Il mio augurio è che in giro per l’Italia diventino sempre più numerose le imprenditrici Crusoe con una grande voglia di esprimere cultura e non solo bilanci e, perché no, un bel paio di tacco 12!
p.s. Maurizia (la mia amata kinesiologa) perdonami! Ma una tazzina di caffè a questo punto me la concedo ))
Ci siamo. L’ora X sembra scoccata. La pubblicazione, il 19 febbraio 2012, del Manifesto “Per una costituente della cultura” nel Domenicale del Sole 24 Ore, con l’esplicito titolo Niente cultura, niente sviluppo, ha (finalmente) aperto la fase della mobilitazione per la rinascita del settore culturale in Italia.
E così, giovedì 23 febbraio, al secondo Summit Arte e Cultura, organizzato a Milano dal quotidiano di Via Monte Rosa, eravamo oltre 800. La sala principale è sold-out già alle 9 e i partecipanti in surplus vengono dirottati verso altre postazioni collegate in video-conferenza con il palco. Tra il pubblico: neo-laureati, neo-specializzati, operatori ‘navigati’, organizzatori alle prime armi, giornalisti tout court,blogger di vario ordine e grado (careaboutculture presente!), funzionari pubblici, freelance faidate e, mimetizzati tra la folla, anche creativi curiosi (o curiosi creativi).
Tratto distintivo? Sguardo concentrato ed espressione molto seria. La delusione, si sa, quando si parla di fututo della cultura italiana, è sempre dietro l’angolo e ne sappiamo in tanti qualcosa… Comunque, incrociando le dita, questa volta dovremmo esserci. La sensazione è che la partita sia quella giusta, con regole e obiettivi chiari, e protagonisti determinati verso un’unica meta: “il superamento degli ostacoli allo sviluppo del Paese”.
Per il momento vi invito alla lettura del Manifesto (se ancora non lo avete fatto, ecco il link, mi raccomando aderite!). Sulle nuove idee e i progetti suscitati dall’incontro di Milano tornerò nelle prossime settimane, con vari approfondimenti (ho una bella lista di temi da snocciolare ). Per iniziare, ecco le 5 personali suggestioni nate dalla lettura dei 5 punti chiave della “Costituente”.
1. Una costituente per la cultura “Niente cultura, niente sviluppo. Dove per “cultura” deve intendersi una concezione allargata che implichi educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E per “sviluppo” non una nozione meramente economicistica, incentrata sull’aumento del Pil, che si è rivelato un indicatore alquanto imperfetto…”
Ma sapete chi ha ricevuto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama la Medaglia nazionale per le discipline umanistiche 2011? L’economista indiano Amartya Sen, premio Nobel per l’economia 2011. Devo aggiungere altro?
2. Strategie di lungo periodo “Dobbiamo pensare a un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando sulla capacità di guidare il cambiamento. La cultura e la ricerca innescano l’innovazione e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo”.
Se Dante avesse temuto di usare il volgare per la sua Commedia, non pensate che noi italiani saremmo tutti più poveri (e non solo culturalmente!) e in molti anche disoccupati?
3. Cooperazione tra i ministeri “La strategia e le conseguenti scelte operative devono essere condivise dal ministero dei Beni culturali con quello dello Sviluppo, del Welfare, dell’Istruzione e ricerca, degli Esteri e con il Presidente del Consiglio. [si tratta] dell’assunzione di responsabilità condivise per lo sviluppo”.
Avete mai sentito parlare di Turku? Una città finlandese scelta, insieme a Tallin, come capitale europea della cultura 2011. Su iniziativa dell’amministrazione comunale, i medici di Turku, per contrastare malesseri e sintomi depressivi dei loro assistiti, hanno avuto a disposizione, oltre alle solite ricette, 5.500 biglietti di spettacoli di teatro, cinema, concerti e persino performance circensi. Un grande successo! Se siete curiosi leggete il post
4. L’arte a scuola e a cultura scientifica “[Bisogna] radicare a tutti i livelli educativi, dalle elementari alle università, lo studio dell’arte e della storia per rendere i giovani i custodi del nostro patrimonio, e per poter fare in modo che essi ne traggano alimento per la creatività del futuro. […] Ciò non significa rinunciare alla cultura scientifica, che anzi deve essere incrementata e deve essere considerata […] un veicolo prezioso dei valori di fondo che contribuiscono a formare cittadini e consumatori dotati di spirito critico e aperto”.
Piccola nota biografica: il migliore correttore della mia tesi, dal titolo “La nascita della terza pagina nel giornalismo italiano”, è stato mio fratello: studente di Ingegneria delle telecomunicazioni arrivato all’università con una passione per i bit dello Spectrum e tre chitarre al seguito.
5. Merito, complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale “Una cultura del merito deve attraversare tutte le fasi educative. [….] è necessario creare le condizioni per una reale complementarietà tra investimento pubblico e intervento dei privati, che abbatta anche questa falsa dicotomia”.
Lascio la parola direttamente a Roberto Napoletano, direttore del Domenicale: “Non comprendere come i luoghi dell’economia e della cultura si intreccino e si alimentino tra di loro, in particolare in Italia, è il segno più evidente di una miopia che ha pesato (e pesa ancora) come un macigno su un disegno di sviluppo che voglia durare più di qualche generazione”.
La notizia ha occupato pagine di giornali e molti link sul web. Poche settimane fa, a Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, la blasonata griffe Louis Vuittonha inaugurato un nuovo punto vendita, il più grande in Europa. Nome in codice: Maison Louis Vuitton Roma Etoile. Evento di pura mondanità? Non proprio…
La Maison LV Roma Etoile nasce nello spazio che ha ospitato la prima sala cinematografica della capitale. Un luogo magico per i romani che proprio qui (in origine sala Lux et Umbra) hanno iniziato a conoscere (e amare perdutamente) i divi di celluloide. Un cinema gioiello che ha vissuto momenti di successo e poi l’inevitabile declino, sino alla chiusura definitiva nel 1991.
Oggi, fortunamente, le luci dello spazio Etoile si sono riaccese e le uniche ombre rimaste sono quelle ‘artistiche’, volute dall’architetto Peter Marino che ha firmato il restauro dell’edificio. 1200 metri quadrati divisi in tre piani e collegati da una scala che richiama nella forma un suggestivo calice (urge un sopralluogo dal vivo!). Per le fashion addicted solo l’imbarazzo della scelta tra accessori, gioielli e capi dell’ultima collezione.
Ma, dato che non si vive di sola moda (e questo non è sempre un male!)…. ecco comparire al primo piano della Maison un mini-cinema: 20 comode poltrone dove, dando tregua a caviglie e carte di credito, i visitatori potranno godersi un pezzettino di storia del cinema. Ogni mese sarà offerta una selezione di pellicole (soprattutto cortometraggi) su uno specifico tema. Ad aprire l’originale stagione il documentario Handmade Cinema in cui sono raccolte le testimonianze di alcuni artigiani-artisti, rigorosamente italiani, abituati a lavorare dietro le quinte dei grandi colossal, ma a cui si deve gran parte della loro magia.
Il connubio moda/cinema firmato LV non finisce qui. Nel corso dell’anno registi e video artisti saranno invitati a rivisitare il patrimonio cinematografico italiano e ci sarà anche modo di affiancare progetti innovativi, come il concorso Journeys Awards, destinato a giovani registi e arrivato alla seconda edizione. Molto importante poi la partnership triennale siglata con il Centro sperimentale di cinematografia, che prevede l’istituzione di borse di studio, laboratori di specializzazione (il primo dedicato ai costumi del 1600 coinvolgerà il grande Piero Tosi) e la creazione di un comitato onorario con il compito di sostenere i giovani talenti della Scuola.
Per il presidente di Louis Vuitton, Yves Carcelle, non ci sono dubbi: artigianato di qualità, arte e cultura sono fili di un’unica trama e per il suo brand questo intreccio non può che nascere sotto il segno del cinema. L’impressione è che l’evento romano sia la punta di un iceberg di cultura aziendale molto forte, il risultato di un’azione matura che unisce strategia commerciale, obiettivi di marketing e responsabilità culturale d’impresa. Perché se è vero che si deve essere socialmente responsabili come imprenditori, forse è arrivato il momento di esserlo anche culturalmente.
Ho letto (e riletto) con una certa attenzione l‘intervista di Vittorio Zincone a Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali, pubblicata nell’ultimo numero di Sette del Corriere della Sera (2 febbraio 2012). E la consiglio vivamente a quanti si occupano di fundraising culturale.
Penso possa essere utile (prima di tutto a me stessa) sottolineare alcuni passaggi del testo con qualche post-it digitale. Giusto per non perdere di vista concetti e idee su cui tornare e, soprattutto, lavorare…
Cecchi:
… è evidente che se lo stato investe solo lo 0,21% del proprio bilancio rischiamo di far crollare tutto… bisogna coinvolgere anche i privati”
Zincone:
Come?”
Cecchi:
Con delle sinergie”
Zincone:
La formula è un po’ vaga”
Cecchi:
Se unisce il dato sul gradimento [70%, quello che manca riguarda i servizi] a quello sull’affluenza [50% di visitatori concentrati su 6 attrazioni nazionali] risulta evidente cosa intendo per sinergia: il privato deve agire nei servizi e nella valorizzazione dei siti meno frequentati. Il ministero non può organizzare i pulmini per raggiungere ogni piccolo museo del territorio”
Zincone:
Un esempio dello spazio da assegnare ai privati?”
Cecchi:
La possibilità di concordare con le amministrazioni locali gli orari di apertura dei musei. La sinergia coi privati potrebbe creare posti di lavoro per tutti quei ragazzi che hanno studiato storia dell’arte, che sono preparatissimi, ma che finiscono per fare i baristi perché lo Stato, senza fondi, non sa come impiegarli nella valorizzazione del Patrimonio”.
Quest’ultima è proprio la nota più dolente di tutte, almeno per me. Continuare a penalizzare chi ha scelto di investire il proprio futuro professionale sulla cultura in Italia è sempre più inaccettabile.
Ok le sinergie, ma facciamole senza sprecare ulteriori energie umane!
Nuovo incontro tra mondo dell’impresa e arte. Protagonista un marchio che molti di noi hanno a portata di mano anzi, per essere esatti, a portata di polso. Si tratta dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, un edificio storico nel cuore del vecchio distretto finanziario di una città che conta oggi 27 milioni di abitanti.
La Swatch ha deciso di restaurare l’ex Palace Hotel (considerato l’albergo più lussuoso d’Asia) nel 2007 e destinarlo, oltre che a sede di un raffinato albergo dotato di elegante galleria commerciale, moderno ristorante fusion e terrazza panoramica con vista sul Sol Levante, come residenza per artisti di tutto il mondo.
18 gliappartamenti destinatiagli artisti, con annesso laboratorio da utilizzare liberamente per un periodo di sei mesi. In cambio, al creativo viene chiesto di lasciare traccia tangibile (leggi ‘artistica’) del suo passaggio. I dettagli del programma sono consultabili online, sul sito del progetto, dove gli aspiranti partecipanti alla “adventure” (è definita proprio così!) sono invitati a creare un account e sottoporre la loro candidatura attraverso un form d’iscrizione.
Ideatore di tutto Nick Hayek, figlio del fondatore dell’azienda e ceo delloSwatch Group. A lui, ex studente di cinema, regista e produttore (elementi da non sottovalutare), si deve un’iniziativa che, in realtà, prosegue una tradizione tipica dell’azienda svizzera: far incontrare arte e lancette. Il primo artista coinvolto nella realizzazione di una serie speciale di Swatch fu il francese Christian Chapiron (“Kiki Picasso”), seguito dal grande Keith Haring.
Ma sono veramente tante le firme che hanno legato il loro nome al mondo degli orologi più friendly in circolazione: Jean-Michel Folon, Vivienne Westwood, Alessandro Mendini, Renzo Piano, Mimmo Rotella, persino Akira Kurosawa, Pedro Almodovar e Robert Altman per la serie “100 Years Cinema” (1995).
A Candida Morvillo, che lo ha intervistato per Io donnanel suo ufficio a Biel in Svizzera, Mr Hayek ha confessato
Non cerchiamo l’artista più bravo, ma quello che ci emoziona di più”
e alle pareti, al posto dei quadri, i disegni colorati dei figli dei dipendenti.…. che si tratti di un caso di spionaggio creativo?