La sfida di ThFLR: una rivista per raccontare l’Italia contemporanea e il suo (nuovo) Rinascimento

Schermata 2016-05-06 alle 07.59.50Che lo stupore sia un “buon segno”, in generale nella vita come nel lavoro, è una verità che ho acquisito da tempo.

Per questo motivo la notizia di una campagna su Indiegogo per realizzare la prima rivista di letteratura italiana contemporanea bilingue, con protagonisti “racconti avvincenti, profondi e divertenti, più due poesie collezionabili per ogni numero” e un illustratore professionista a corredare il tutto (l’ambizione è di diventare un oggetto da collezione), non poteva che suscitare la mia curiosità.

Sto parlando di TheFLR (The Florentine Literary Review), un progetto ideato da “The Florentine”, magazine in lingua inglese che da undici anni funziona da radar per il mondo anglofono che vive e ama Firenze, in collaborazione con l’associazione Forward di Valeria Farill e Alessandro Raveggi, uno che di scrittura e letteratura si occupa per professione, sia come autore sia come docente.

E per saperne di più ho fatto qualche domanda ai diretti interessati ed ecco cosa mi hanno raccontato Alessandro Raveggi, che della nuova rivista sarà il curatore, e Alexandra Korey di “The Florentine”.

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In viaggio con Giovanni Tarpani alla scoperta del branding che fa cultura e non vacanza

Prima di questa intervista non avevo mai pensato che negli uffici di un palazzo istituzionale potesse celarsi una sorta di banco per gli imbarchi ‘culturali’. Un gate per viaggi che hanno molto a che fare con i racconti (e viceversa), e dove curiosità e immaginazione possono portarti lontano, soprattutto se hai una guida come Giovanni Tarpani.

Responsabile marketing istituzionale della Regione Umbria, Giovanni Tarpani inizia la sua carriera come dirigente e poi amministratore pubblico negli anni ’80. Timbrare un cartellino ogni mattina per lui è motivo di orgoglio e questo credo dipenda dall’aver sempre intrecciato politica e passione, un ‘bagaglio’ con cui ha girato letteralmente il mondo.

Dove mi ha portato? Non ci crederete, ma partendo dal suo ufficio in Corso Vannucci a Perugia mi sono ritrovata in piena giungla amazzonica, e vi assicuro che è stato un viaggio culturale molto interessante, non certo una vacanza. Seguiteci.

La sezione marketing istituzionale della Regione Umbria come e perché si occupa di cultura?

Si occupa di cultura perché, a dispetto della dizione di marketing, noi ci occupiamo di branding. Il branding è una metodologia di natura anglosassone che applica al territorio il concetto di valorizzazione delle differenze. Differenze che, nel caso dell’Umbria, risiedono nella sua identità culturale, e quindi nei beni e nelle attività culturali che il territorio ospita ed esprime. Chiunque voglia percorrere la strada della creazione e valorizzazione del brand Umbria, non può non avere la cultura tra gli asset strategici.

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Andrea Maulini: “Il pubblico della cultura? E’ social e non aspetta altro che di essere raggiunto”

Foto Andrea newCi sono interviste il cui dietro le quinte meriterebbe un racconto a parte. Come questa che ha per protagonista Andrea Maulini.

Il motivo? Per mesi ci siamo rincorsi in stile staffetta 4×400 con passaggi di testimone (file, telefonate ecc…) a dir poco acrobatici, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Andrea Maulini, per chi non lo conoscesse, è uno dei primi in Italia ad aver creduto nella dimensione web (e social) della cultura. E vi assicuro che non è cosa da poco, visto che ‘l’intuizione’ risale al 1997, quando ancora molte aziende non sapevano bene cosa fosse un sito internet.

Una sfida partita da un avanposto della cultura made in Italy come il Il Piccolo Teatro di Milano e che lo ha portato negli anni a occuparsi di numerosi enti culturali, dai teatri ai festival, ai musei, alle realtà di turismo culturale.

In poche parole, la persona giusta per misurare il grado di social innovation della cultura italiana.

La cultura italiana è diventata social?

Non ancora, siamo ampiamente in ritardo. Solo negli ultimi anni alcune strutture culturali italiane hanno cominciato a ragionare in termini di comunicazione web e social; che non vuole dire solo aprire una pagina Facebook, ma capire che la comunicazione tradizionale, anno dopo anno, funziona sempre meno, mentre quella che ha una dimensione social assume sempre più importanza.

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#neverlandOF: tutti all’Opera a suon di tweet

Schermata 2015-07-19 alle 21.24.47Per una prima all’Opera c’è chi sceglie una comoda poltrona in platea e chi, come me, ha avuto la fortuna di provare un tweet-seat. Niente di particolarmente scomodo, tranquilli, si tratta di una postazione nel primo palco a destra dell’Opera di Firenze occupato sabato sera, per la prima di Madama Butterfly, da una decina di twittatori seriali, compresa me, uniti dall’hashtag: #neverlandOF!

Cos’è #neverlandOF? Presto detto: si tratta di un progetto ideato da Opera di Firenze e OperaVoice e destinato a quanti vivono i social media come luogo eletto della loro comunicazione, soprattutto quando si parla di attività culturali. Partito a Firenze nel gennaio 2015 (in occasione della prima de I Puritani), #neverlandOF è un’isola virtuale fornita di wi-fi con 10 postazioni da cui è possibile twittare pensieri e postare foto durante lo spettacolo, senza dare fastidio al resto del pubblico.

20150718_195719Selezionati dall’Ufficio comunicazione marketing dell’Opera di Firenze, i 10 fortunati inviati sull’isola OF (niente a che vedere con quella televisiva, naturalmente!) sono pregati di raggiungere il teatro in anticipo e, forniti di una pin con tanto di logo in vista, vengono condotti alla scoperta del dietro le quinte di una prima all’Opera.

Un viaggio tra camerini colmi di parrucche e trucchi, in lunghi corridoi dove si respira tensione ed emozione e dove ti capita di conoscere un direttore d’orchestra, poco più che quaratenne, che ti spiega la novità del linguaggio di Madama Butterfly (Puccini la definì “l’opera più sentita e suggestiva ch’io abbia scritto”) e di come lui l’abbia resa fondendo ancora di più musica e testo. Lo stesso direttore d’orchestra che alla fine della rappresentazione trovi in pizzeria e, scusandoti, ti dice: “non mi unisco a voi perché ho un treno tra 7 ore: domani a Torino dirigo Il Barbiere di Siviglia”.

Oppure il giovane regista e il costumista (da Oscar) che, con gentilezza e superando anche una certa comprensibile stanchezza, ti raccontano come hanno costruito il Giappone della loro Butterfly, attingendo dalle stampe di fotografie originali dell’epoca, ma guardando anche alla Cina di Hero e allo stile moderno di personaggi come Corto Maltese per ‘disegnare’ il controverso Pinkerton.

E poi c’è lei il soprano, che incontriamo avvolta in un’elegante vestaglia a fiori (come ogni diva che si rispetti), talmente calata nella parte della sfortunata Cio-Cio-San da portarne già tutto il peso e la malinconia.

butterfly

Ma il momento è arrivato: si va in scena! Interpreti e ospiti del primo palco a destra. Cosa è successo? Diciamo che il finale non ha riservato sorprese, ma i tweet non sono mancati: seri, serissimi, ma anche simpatici e divertenti con tanto di foto del backstage e dell’onstage (per un dettagliato storify tenete d’occhio la pagina apposita del sito del teatro).

Impressioni? Entrare in sintonia con la storia, far risuonare dentro di noi note, parole ed emozioni, senza perdere di vista lo smartphone, è piuttosto impegnativo, ma ne vale la pena. Un’esperienza del genere ti fa sentire ‘dentro’ quella scatola magica chiamata teatro e ti spinge ad attivare l’interruttore sul tasto “passione”.

Ecco perché penso che iniziative come #neverlandOF andrebbero diffuse a macchio d’olio, soprattutto tra il pubblico dei più giovani: creiamo palchi dove i ragazzi possano twittare di Don Giovanni, Figaro o Tosca, dove ai più piccoli sia permesso di disegnare con pastelli colorati la storia di Violetta o di Carmen.

primo_palcoPortiamoli dietro le quinte a parlare con i cantanti, ascoltarne i vocalizzi, vedere da vicino gli abiti di scena. Sono certa che non lo dimenticheranno e torneranno; e i tweet-seat, tra qualche anno, si trasformeranno in comode poltrone in platea o posti da loggionisti appassionati.

Perché, diciamolo chiaramente, vedere i teatri mezzi vuoti è un brutto spettacolo!

Grazie a Caterina, la mia lonely traveller preferita, per avermi fatto scoprire l’isola OF e a tutto lo staff dell’Opera Firenze.

Per il cast completo della Madama Butterfly ecco il link

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Edice: non c’è vera arte senza… (un’artistica) distruzione

roberta_mandoliti_2La prima cosa che ti colpisce di Edice è la sua poetica determinazione. Il suo essere, allo stesso tempo, un folletto pieno di idee, suggestive e decisamente originali, e una moderna Alice intenta a raccontare il suo personalissimo viaggio (d’artista) in un Paese delle meraviglie.

Un Paese dove le proporzioni contano fino a un certo punto, i libri si trasformano in gocce di profumo da indossare (con buona pace di Marilyn e del suo Chanel n. 5), e gli scarti artistici diventano mattoni da calpestare, magari con grazia.

Edice ama la definizione di “anti-artista” per sé. Credo dipenda dal suo guardare e raccontare la realtà con occhi insoliti, come solo gli artisti sanno fare, e per la naturale tendenza a un pensiero tridimensionale. Volete saperne di più?

Cosa intendi quando dici: “Io penso in 3D”?

L’idea in sé non ha forma, è pura astrazione, ma quando io comincio ad averne una in testa, la vedo già assumere forma e colori. Nel mio caso astrazione e forma coincidono, ecco perché parlo di pensiero in 3D. C’è chi riesce a vedere col solo pensiero, e chi ha invece bisogno di vedere con gli occhi ciò che la mente pensa.

Quando hai iniziato a disegnare?

Da bambina avevo sempre tra le mani matite e colori ed ero sicura che da grande avrei fatto l’artista. Ricordo ancora i dubbi e la preoccupazione di mio padre a riguardo…

E invece, dopo il liceo artistico a Cosenza, arrivi all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro: come è stato l’impatto?

Straniante. Io adoravo Michelangelo, Leonardo, Caravaggio, e all’improvviso mi ritrovavo a sentir parlare di arte concettuale e astrazione. Pensavo che non avrei mai potuto fare niente di diverso dal figurativismo, e invece…

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Il nero della guerra contro i colori della vita: Lucia Goracci racconta la sua Kobane

goracci_3“Dentro Kobane” è il titolo del documentario presentato pochi giorni fa a Firenze, in occasione del Festival del Viaggio, da Lucia Goracci, inviata di RaiNews24.

Da oltre un anno, la giornalista italiana è impegnata a raccontare la guerra che l’ISIS ha dichiarato all’Occidente (ma non solo), un conflitto che bussa alle porte del mondo 2.0., progressista e visionario, con metodi da età della pietra.

Il giornalismo a cui ci ha abituato Lucia Goracci restituisce la cronaca di questo terribile scontro, ma è anche capace di farci sentire al fianco di uomini, donne e bambini a cui in questi mesi è stato sottratto tanto, persino i colori della vita, quelli che noi chiamiamo “cultura”.

E iniziamo proprio da lì:

Lucia, perché la guerra ‘fa la guerra’ alla cultura?

La guerra a cui mi è capitato di assistere, lanciata un anno fa dallo Stato Islamico occupando Mosul, è una guerra al pluralismo di identità. Tutto quello che rappresenta pluralismo sul piano culturale è stato dichiarato nemico da abbattere.

Solo pochi giorni fa la BBC ha trasmesso un video girato coraggiosamente con i telefonini e fatto arrivare clandestinamente nei campi profughi. Un documento di straordinaria efficacia che ci racconta come, per esempio, le case dei cristiani a Mosul (una comunità di 60mila persone) siano state marchiate in nero con la “N” di Nasrani  e dichiarate di proprietà dello Stato Islamico.

Una prassi che ci ricorda quanto facevano i nazisti sulle case degli ebrei. Un’atmosfera di cupo terrore dove persino i pastelli colorati sono stati banditi, come se il mondo a colori dovesse essere vietato per lasciare spazio solo al nero della bandiera del Califfato.

Un nero che esprime chiusura e intolleranza…

1424876468-isis-cia-convoyMentre l’umanità è meticcia, variegata, polifonica in tutte le sue manifestazioni culturali. Ecco perché abbattere la molteplicità delle razze e delle fedi religiose è diventato una regola nelle aree in cui lo Stato Islamico è penetrato e governa. Un potere esercitato contro i cristiani, gli yazidi, ma anche contro gli sciiti e tutti quei sunniti che pur essendo convergenti come fede religiosa con l’ISIS, non si identificano nel suo progetto totalitario.

Perché di totalitarismo si sta parlando e che ha tra le sue vittime anche la memoria. Perché, se è vero che è in atto un terribile genocidio, è altrettante vero che l’ISIS sta portando avanti un vero e proprio memocidio. Perché la memoria è anch’essa meticcia, fatta di stratificazioni culturali sedimentate nel corso dei secoli che devono essere rese “Ground Zero”. In questo contesto non c’è possibilità di pensiero diversa da quella dello Stato Islamico.

Due immagini simbolo di cultura assediata e che resiste a cui sei rimasta legata?

Un’immagine è quella dell’Istituto di cultura di Kobane, occupato dall’ISIS e trasformato in un fortino, così come tanti altri edifici scolastici diventati strategici perché disposti su più piani. Quando sono arrivata a Kobane era stato appena ripreso dai curdi dello Ypg (le Unità di protezione del popolo). Un’immagine di devastazione e di annichilimento della cultura che ho ritrovato anche nei tanti libri ammassati e bruciati per le strade di Kobane.

baby_Mentre, come immagine di cultura che resiste, sicuramente non c’è niente di più bello della scuola ricavata negli scantinati dei palazzi di Kobane. Qui un gruppo di ragazze curde avevano deciso di rimpiazzare le anziane maestre, allontanate dalla città per la guerra, e organizzare delle classi con i bambini rimasti isolati con le loro famiglie.

In questi scantinati, gli unici luoghi sicuri di Kobane e dove c’era un freddo cane, i bambini riprendevano in mano di nuovo quaderni e matite e, cosa molto commovente, erano finalmente liberi di declinare la storia a modo loro.

Quale pensi possa essere il futuro del Medio Oriente e della sua cultura, magari tra cinque anni?

Temo che cinque anni siano pochi per porre fine a questa guerra.

Quello che mi sento di poter e di dover dire è che devono essere queste popolazioni a reagire. Quello che sta succedendo in Medio Oriente è anche frutto di una visione distorta del ruolo dell’Occidente. Nel 2003 gli USA di George Bush Jr bombardarono l’iraq con l’idea di portare la democrazia attraverso un’operazione militare con i risultati che oggi abbiamo sotto i nostri occhi.

Credo sia arrivato il momento di non ricadere nello stesso errore. Noi occidentali possiamo esserci, appoggiarli e aiutarli rendendo noto al mondo quanto sta succedendo in questi luoghi. Ma dovranno essere loro a formare gli anticorpi per ribellarsi a questa realtà.

kobane_rainews_Io conto molto sulle popolazioni sunnite dell’Iraq e della Siria; molte di loro per ragioni contingenti hanno sperato che l’avanzata dell’ISIS potesse riportarle culturalmente e politicamente sulla scena dalla quale erano state espulse nel dopo Saddam.

In realtà sono diventate le prime vittime di questo totalitarismo, che non vuole fare altro se non espellere dalla società il diverso: che sia donna, omosessuale, o una minoranza religiosa.

Io sono convinta che dobbiamo essere presenti con una rete di informazione, e anche con un’azione di riarmo delle popolazioni, ma che devono essere loro ad agire. I progetti neocoloniali che puntano a rovesciare un regime, senza progettare il dopo, sono estremamente rischiosi e non producono risultati positivi.

La più grande arma della cultura contro la guerra?

L’informazione. In questo contesto l’informazione gioca un ruolo cruciale. E’ prioritario non cedere al black out informativo che l’ISIS impone e, soprattutto, non diamo spazio al suo storytelling. Non lasciamo che sia l’ISIS a raccontare quello che sta accadendo in quelle aree. È estremamente difficile e rischioso, ma dobbiamo continuare a esserci.

E poi ammetto che trovo molto divertenti i video satirici che il mondo arabo sta producendo sull’ISIS. Mi viene in mente un bellissimo video di satira palestinese che fa la parodia dell’ISIS e che trovo particolarmente intelligente. Sono sempre un po’ scettica sulla satira che assume connotazioni offensive, anche se la libertà di pensiero è sacra e non va discussa, ma preferisco la satira che sa parlare senza offendere il mondo musulmano realizzata proprio da voci musulmane.

Il detto una risata ci seppellirà, mi auguro sia sempre valido.

 

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E’ l’augurio di tutti noi! Grazie Lucia ;)

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Festival della lentezza: un viaggio per arrivare “dove dovremmo stare tutti quanti, insieme. Dentro di noi”

manifesto-thumbDite la verità, almeno una volta nella vita anche voi avete pronunciato la frase “Le coincidenze non esistono”. Può capitare che vi sia capitato di sorriderci sopra oppure di accompagnare questo pensiero con un velato rimpianto, ma il senso della cosa non cambia: al momento giusto le caselle del puzzle dobbiamo semplicemente metterle insieme e non continuare a osservarle inermi con aria interrogativa.

Quindi, se nei giorni in cui cerco le parole giuste per scusarmi con voi lettori per il ritardo nella pubblicazione dei post, m’imbatto nel Festival della lentezza, ci sarà un perché!

premio-comuni-virtuosiE così andiamo a conoscerlo questo Il Festival della lentezza, in programma a Colorno (PR) dal 12 al 14 giugno. Alla sua prima edizione, il festival è il risultato del prezioso lavoro condotto dall’Associazione Comuni Virtuosi, nata nel 2005 per mettere in rete esperienze concrete in campo ambientale e arrivata a contare 81 iscritti, in collaborazione con il Comune di Colorno e il patrocinio di soggetti istituzionali, tra cui l’Alto Patronato per la Presidenza della Repubblica, e realtà come Libera e Slow Food.

Al centro della tre giorni di incontri, una riflessione sul rapporto con il tempo, risorsa a dir poco insostituibile, in relazione al modello di sviluppo in cui ci siamo abituati a vivere, improntato alla velocità nel consumo di beni e persino di emozioni.

Presto. E’ ciò che ci insegnano fin da piccoli. Bisogna fare presto. Correre. Muoversi. Accelerare. Il mondo non aspetta, non ha tempo. Cresciamo accumulando ritardi, mentre un senso di colpa latente ci avvolge con una patina quasi impercettibile.

Sono queste le parole che aprono il Manifesto (o “Idea poetica”, come definito nel sito) dell’Associazione in cui sono descritti i principi ispiratori del progetto. Certo la premessa è piuttosto impegnativa, ma scegliere di dedicare un festival alla lentezza che si fa concreto gesto di attivismo sociale può diventare una piccola rivoluzione, inarrestabile. E’ un augurio!!

bray2Tra gli eventi in programma sarà molto interessante seguire “Dialogo sui beni comuni, la cultura, la nostra Carta Costituzionale”, confronto tra l’ex ministro Massimo Bray e lo storico dell’arte Tomaso Montanari, strenuo difensore dei beni comuni (venerdì 12 ore 17.45, Sala del Trono).

Da segnalare anche l’incontro “La pedagogia della lentezza” con la psicoterapeuta e pedagogista Paola Cadonici, dedicato al rapporto genitori e figli (venerdì 12, ore 19, Cortile della Reggia); e la cerimonia di premiazione del “Giornalista virtuoso dell’anno”, occasione per vedere ‘celebrati’ quanti si distinguono per la narrazione di buone prassi e storie concrete di cambiamento (domenica 14, ore 16.30, primo Cortile della Reggia).

Protagonisti degli appuntamenti serali, due artisti dalla poetica lentezza: Vinicio Capossela con il suo “Requiem per animali immaginari e altre fantasticherie” (venerdì 12, ore 21.30, Giardino Ducale); e Ascanio Celestini con “Racconti d’estate. Fiabe per adulti che volevano essere bambini cattivi” (sabato 13, ore 21.30, Giardino Ducale).

E non dimenticate:

Per prenderci cura del nostro passato e immaginare con freschezza un futuro ancora tutto da scoprire. Musica, immagini, parole. Contaminazioni. E arriveremo infine, con un po’ di fortuna, dove dovremmo stare tutti quanti, insieme. Dentro di noi.

Viva la LENTEZZA e… bentrovati ;)

Il programma completo della manifestazione è consultabile sul sito

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Il Museo civico di Belluno sceglie una app per raccontare la sua storia e il suo futuro

Montagna MadonnaParlare di musei in questi giorni non è facile. Dopo quanto è successo a Tunisi una (piccola) buona notizia che ha per protagonista un’istituzione museale italiana non abituata a stare in prima pagina, può passare inosservata.

Eppure, rimanere attoniti davanti alla Cronaca, quella con la “C” tragicamente maiuscola, che coinvolge il patrimonio culturale mondiale è uno stato d’animo da cui velocemente fuggire.

Per questo motivo, proprio oggi che prende avvio la seconda di Museum Week, ho deciso di occuparmi di una novità che riguarda il Museo civico di Belluno, la prima realtà culturale veneta a usufruire di una piattaforma digitale, l’applicazione IZI.travel, in grado di creare gratuitamente dei tour guidati e metterli a disposizione dei visitatori. Il Museo, pur impegnato nel trasferimento in una nuova sede, ha intrapreso un’azione di comunicazione che punta a innovare la propria identità traghettando la propria storia nel futuro.

Come? Innanzitutto facendo dialogare patrimonio e nuove tecnologie, come ci spiegano il curatore del museo, Denis Ton, e Francesco Giusto, il consulente di comunicazione che opera come Digital Champion in provincia e che ha affiancato, in qualità di volontario, il museo nella messa a punto di questo progetto pilota.

Dott. Denis Ton, partiamo dal rapporto che lega un museo e il suo territorio: per il Museo civico di Belluno questo rapporto su cosa si fonda?

Per una città come Belluno, la cui vocazione turistica è in via di definizione e che non conosce costanti afflussi di turismo culturale, la comprensione del territorio e delle sue aspettative è fondamentale. L’associazione esclusiva turismo-musei si basa su un equivoco di fondo, che cioè i musei siano pensati soltanto come grande calamite per visitatori singoli, con un immediato ritorno economico sulla città.

La sfida sta invece nel cercare di costruire un rapporto quotidiano con i cittadini, nel pensare il museo come uno spazio condiviso dalla città, nel quale tornare, vivere una socialità, poter far ruotare numerose attività connesse con la cultura e l’apprendimento.

museocivico-bellunoUna sfida sotto tanti punti di vista impegnativa…

Nei musei anglosassoni questa è la normalità. Più difficile affermare questo modello in Italia, dove pure molte realtà si stanno muovendo in questa direzione.

Al momento, l’edificio che ospita il Museo civico di Belluno, il Palazzo dei Giuristi, non consente uno sviluppo in tale direzione, ma il trasferimento previsto nei prossimi mesi in Palazzo Fulcis, il più importante edificio settecentesco della città, permetterà di ripensare completamente il rapporto con il territorio, anche nei termini fondamentali di una didattica per gli adulti e le scuole.

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Con Sandra Giuliani alla scoperta della voce che abbiamo dentro. L’associazione “Donne di carta” e il progetto persone libro

persona_l_1Tra i piaceri della lettura ce n’è uno che rimane spesso imbrigliato tra le pagine dei libri che leggiamo, quello della condivisione. Quante volte le parole che ci scorrono sotto gli occhi diventano fiumi che vorremmo navigare insieme a dei compagni di viaggio.

Esperienza non sempre a portata di mano per varie (ragionevoli) ragioni, ma anche per un’idea che vuole la lettura simile a un viaggio all’interno di un silenzioso scompartimento ferroviario (Peter Noll ne auspicava uno “per taciturni o per lettori”).

Nessun dubbio sulla difficile conciliabilità tra rumore e lettura, ma se a ‘fare rumore’ fossero i libri? Se, a un tratto, qualcuno accanto a noi iniziasse a guardarci negli occhi e ‘dire’ le parole di un libro? E se dopo di lui ne arrivasse un altro e poi un altro, tutti disposti a regalarci qualche istante di ‘letterario rumore’?

Una piccola rivoluzione che, vi assicuro, potrebbe stupirvi ed emozionarvi (molto) più del previsto.

Chi sono i rivoluzionari in questione? Un gruppo di lettori e lettrici che, imparato a memoria un brano, lo presentano a voce alta ovunque ci sia qualcuno disposto ad ascoltarli. Sono le “persone libro”. Un’idea nata in Spagna e da qualche anno diventata realtà anche in Italia.

io-erosPer saperne di più abbiamo incontrato Sandra Giuliani, presidente e fondatrice dell’associazione “Donne di carta”, nonché voce instancabile e cuore pulsante del progetto italiano “persone libro”.

Partiamo da “Donne di carta”: di cosa si tratta?

Donne di carta” è il nome dell’associazione scelto dalle quattro donne che l’hanno fondata per rivendicare la maternità dell’idea. “Donne di carta” è un movimento culturale, nato nel 2008, che promuove la lettura in tutte le sue forme, supporti, mondi. Ma soprattutto un’idea estesa di lettura che non si limita all’oggetto libro.

Vuoi spiegarci meglio?

Per noi lettura è ogni atto d’interpretazione e comprensione del mondo. Si può leggere il muso di un cane, le stelle, una scritta sul muro, si può leggere persino con le mani. Dal 2009 “Donne di carta” è la portavoce italiana del Proyecto Fahrenheit 451 las personas libro ideato da Antonio Rodriguez Menendez. Un gruppo di lettori e lettrici che, dopo aver imparato a memoria brani di testi che amano, vanno in giro a presentarli a voce alta a chi ha tempo e desiderio di ascoltarli. L’obiettivo è promuovere un’idea della lettura come opportunità di relazione.

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Islam e Occidente: riflettere per capire. A volte l’arte lo fa prima…

cccb_0Avevo deciso di iniziare il 2015 parlando di Mark Zuckerberg e del suo ‘circolo letterario’ in stile 2.0: A Year of Books è il nome della pagina creata ad hoc. Bella idea! Ma il piano è saltato.

Le notizie che arrivavano da Parigi nei giorni dell’attentato alla redazione di “Charlie Hebdo” e dell’attacco al supermercato kosher di Porte de Vincennes hanno calamitato completamente la mia attenzione, lasciandomi addosso l’impotenza tipica di chi tra le mani, come uniche ‘armi’, ha una matita, una penna, al massimo un mouse. Ben poca roba al cospetto di un kalashnikov…

La sensazione di vivere un momento che nella sua tragica atrocità sarebbe passato alla Storia, quella con la “S” maiuscola, mi ha accompagnato per giorni e giorni, sovrapponendo all’incredulità e al dolore dei primi momenti una strana (ma mica poi tanto) voglia di capire.

Dal 7 gennaio 2015 ci siamo scoperti tutti un po’ Charlie e con il passare delle ore anche un po’ Ahmed, e persino genitori dei tre assassini. Un fiume in piena di emozioni e parole che hanno innescato critiche e polemiche destinate a proseguire chissà per quanto tempo ancora, e il cui più grande pericolo, a mio parere, è di allontanare tutti noi dal momento della riflessione.

Una riflessione che non è ripiegamento, ma ricerca di risposte (e nella migliore delle ipotesi, di soluzioni), e che per me in questi giorni ha significato riportare alla mente un’esperienza vissuta dieci anni fa. Mi trovavo a Barcellona, era l’estate del 2005 e tra le mete del mio tour da turista scelsi di visitare una mostra del CCCB, il Centre de Cultura Contemporània de Barcelona.

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A spingermi nella decisione fu una certa curiosità e la cieca fiducia nelle scelte artistiche del CCCB, uno spazio che ho imparato ad amare negli anni. Si trattava della mostra “Occident vist des d’Orient” un’esposizione dedicata alla visione del mondo occidentale, in particolare di quello europeo, diffusa nelle società islamiche nel corso dei secoli. Un’iniziativa artistica (definita da Alan Riding del New York Times “groundbreaking”) che provava a offrire una nuova chiave di lettura al complesso rapporto tra Islam e Occidente all’indomani dell’11 settembre.

In mostra: miniature, manoscritti, dipinti, fotografie d’epoca insieme alle opere realizzate per l’occasione da nove artisti contemporanei (Marjane Satrapi, Zoulikha Bouabdellah, Mohamed el Baz, Shadi Ghadirian, Jellel Gasteli, Bouchra Khalili, Hassan Musa, Khosrow Hassanzadeh, Touhami Ennadre), e alle interviste/testimonianze di cinque scrittori (Houda Barakât, Nilufer Gölë, Sorour Kasmaï, Daryush Shayegan and Salah Stétié), tutti selezionati dal curatore dell’esposizione, il poeta e scrittore tunisino Abdelwahab Meddeb. Meddeb è morto pochi mesi fa a Parigi, dove insegnava Letteratura comparata all’Università Paris X; era anche l’animatore e conduttore di una trasmissione di radio France Culture dedicata alle culture islamiche.

cccb_1A distanza di dieci anni, di quella mostra oggi affiorano alla mia memoria non le opere o i loro dettagli, ma la sensazione di essere stata accompagnata, con garbo e intelligenza, in un viaggio (non facile) alla scoperta di un’ipotesi di convivenza culturale, politica e religiosa – l’allora direttore del CCCB, Jordi Ballò, parlò di “an attempt to see things from the other side” – che, a tutt’oggi, rimane tragicamente sospesa tra diffidenza e rancori.

L’ennesima sconfitta della cultura come strumento (e opportunità) di crescita civile? Forse. Ma questo non significa che bisogna smettere di raccontare, dipingere, fotografare, comporre musica, danzare, organizzare mostre (visionarie e intelligenti)… perché il mondo è troppo impegnato a difendersi e/o attaccare eserciti di nemici.

Islam e Occidente non dialogheranno mai? La scrittrice iraniana Sorour Kasmaï, nella sua intervista, dà una chiave di lettura originale alla differenza tra questi due mondi, basata sull’idea che l’Occidente ha avuto il romanzo, mentre l’Oriente ha scelto la poesia: “The novel develops the democratic imagination because it offers various paths, various destinies, while poetry is despotic”.

Quanto possa essere vera questa spiegazione non sono in grado di dirlo, quello di cui sono sicura è che mai come oggi avremmo bisogno di più narratori e poeti che di soldati armati. Da una parte e dall’altra.

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